Oltre i confini

Aggiornamento: 8 ago

di Vittorio Cogliati Dezza


Può un’opera d’arte parlare di Transizione Ecologica? D’accordo qui siamo di fronte ad “opere d’arte” che nascono nel e dal mondo dei libri, e quando c’è la parola scritta di mezzo sembra che il potere denotativo del discorso ci permetta di parlare di ogni cosa. Ma è anche vero che in questi “libri”, che chiamiamo così con un eccesso di semplificazione colpevole, le parole del libro stesso sono solo uno dei tanti materiali che entrano in campo, materiali manipolati, ricomposti, creati come in ogni “opera d’arte” degna di questo nome. E quindi la domanda è più che legittima.

Parto dal secondo termine del binomio della domanda iniziale: la Transizione Ecologica.


TRANSIZIONE ECOLOGICA?

Cosa intendiamo per Transizione Ecologica? Se n’è parlato molto in questo ultimo anno, da quando l’Europa ha lanciato il Next Generation EU ed il governo Draghi ha addirittura modificato il nome di un Ministero. E c’è anche chi ha cominciato ad arricciare il naso sul termine “transizione”, preferendone altri più incisivi come trasformazione o conversione[1]. Ma rimane il fatto che, qualunque termine si usi, si fa sempre riferimento alla necessità di un cambiamento.

Cambiamento di cosa? di abitudini, di tecnologie, di punti di vista?

Quello che dobbiamo sottolineare con forza è che non si tratta solo di cambiamento del sistema energetico, come oggi sembra prevalere nella comunicazione pubblica, anche se in questi drammatici giorni di guerra la crisi energetica ci appare in tutta la sua rilevanza. Anzi, se andiamo a leggere bene cosa sta succedendo, proprio gli eventi attuali ci consentono di cogliere nella crisi energetica (e nella conseguente necessità di una transizione energetica) la presenza di tante connessioni tra diverse e molteplici dimensioni della vita individuale e collettiva.

La crisi energetica, che sta mordendo, con la conseguente inflazione, le prospettive di ripresa economica, i bilanci delle imprese, i conti delle famiglie, soprattutto le più fragili, è certamente aggravata dalla guerra, ma non da questa scatenata. E si configura come una questione dalle molteplici ambivalenze. Prima fra tutte ha reso inequivocabili, per tutta l’opinione pubblica, non solo per gli addetti ai lavori, le connessioni tra sistema energetico e questioni geopolitiche strategiche come l’indipendenza dell’Europa (e quindi anche dell’Italia), connessioni tra la scelta, inopinatamente perpetrata dai governi italiani degli ultimi 10 anni, di bloccare lo sviluppo delle rinnovabili (e dell’efficientamento energetico del paese) a favore dell’impiego del gas[2], ed in particolare del gas russo[3], e l’attuale stato di impotenza di fronte all’invasione russa dell’Ucraina nell’allargare le sanzioni economiche anche all’importazione di combustibili fossili. Non solo. È anche oggi evidente ai più che dalla crisi energetica si può uscire in due modi, o diversificando i fornitori dell’approvvigionamento di gas, o diversificando le fonti energetiche, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili. E se si imboccasse questa seconda strada riusciremmo nel duplice obiettivo di rendere indipendente il nostro sistema energetico, liberandoci da potenziali e sempre possibili ricatti di governi antidemocratici (un esempio? l’Egitto!), e contemporaneamente di avanzare sulla strada del contrasto ai cambiamenti climatici.

Questo intreccio, che definirei virtuoso, di connessioni, rimandi e rinforzi non vale solo per l’energia, vale nel mondo delle costruzioni, di fronte ad un’imponente sfida di riuso e riqualificazione energetica, che potrebbe rilanciare il settore a zero consumo di suolo, con il pieno riconoscimento di nuove professionalità in grado di gestire l’implementazione di innovative soluzioni tecnologiche ed abitative. Vale per la mobilità, vale per le infrastrutture sociali di cui avremo bisogno, vale per il rinnovamento del sistema scolastico. Vale per il riciclo ed il riuso dei materiali e dei rifiuti, che ad oggi, per Paesi come il nostro, sarebbe la risposta più efficiente ed intelligente all’aumento dei costi delle materie prime e alla lotta per il loro accaparramento.

La Transizione Ecologica, se questo è lo scenario, ci appare allora come un complesso processo di trasformazione che si deve misurare con molteplici ostacoli.

Lasciando da parte gli interessi economici e di potenti lobby, nazionali e internazionali, segnalo solo quattro sfide, che coinvolgono anche le opere d’arte di cui parliamo qui.

La prima ce l’ha insegnata la pandemia: la scienza è una grande alleata se ne accettiamo i risultati. Se l’IPCC[4] prevede che per mantenere la traiettoria di crescita delle temperature medie del Pianeta entro 1,5°C è necessaria una riduzione delle emissioni di CO² del 43% a livello globale, occorre sapere, e trarne le conseguenze, che per l’area industrializzata del globo occorrerà ridurre le emissioni di almeno il 60% nei prossimi 8 anni. Una sfida non da poco. E quindi occorre muoversi (anche questo ce lo dovrebbe aver insegnato la pandemia) per tempo ed investire ora in ricerca scientifica e tecnologica e nell’educazione per rafforzare la fiducia sociale nella scienza, la consapevolezza nella sua importanza e la capacità di costruire pensiero scientifico nella popolazione.

La seconda: occorre selezionare drasticamente gli investimenti, fare scelte inequivocabili (come non si è fatto per l’aumento delle spese militari), orientare le risorse, che non sono infinite, verso le nuove tecnologie energetiche, verso nuovi modelli organizzativi ed urbanistici delle imprese e delle città. Per fare questo serve la mano pubblica, lo Stato, la capacità politica di essere lungimiranti. E anche questo ce l’ha già detto la pandemia. Il mercato da solo non ce la fa.

La terza: ripartiamo dall’interesse generale. Il contrasto ai cambiamenti climatici e la realizzazione di una Transizione Ecologica che sia GIUSTA, socialmente, tra le generazioni e i generi, tra i paesi e nei paesi, non sono questioni che hanno a che fare solo con la sensibilità ambientale di alcuni, ma riguardano la possibilità stessa di pensare e costruire il futuro. Anche per questo, oltre che per i valori e le vite umane gettate allo sbaraglio, la guerra in Ucraina è anacronistica, viene da sistemi di pensiero e di potere del passato, di cui non sentivamo la mancanza. E di cui, se si riuscirà a bloccare l’evoluzione verso la Terza Guerra Mondiale, continueremo a sentirne le conseguenze negli anni a venire.

La quarta: tutto ciò non è una questione tecnica, non può essere gestito da tecnocrati, ha bisogno di un grande investimento culturale, perché si tratta di cambiare non solo stili di vita e tecnologie, di ridisegnare città e soprattutto le periferie, di recuperare e rilanciare il senso della prossimità e del bene comune. Si tratta di cambiare punto di vista, chiavi di lettura del reale, prospettive con cui guardare al futuro. E cambiare è sempre faticoso, ne abbiamo tutte e tutti fatta esperienza in questi anni di pandemia.


C’E’ BISOGNO DI TRADITORI

Cambiamento, quindi, è la parola chiave della Transizione Ecologica e lo è anche di queste opere, ex-libri, del Collettivo d’Arte L’Albero delle Farfalle 2020 che possiamo leggere e rileggere, manipolare e ricreare.

Tre le parole chiave del cambiamento: innovazione esplorazione confini.

L’innovazione nasce dal cuore della rivoluzione ecologica degli ultimi decenni: il riuso di materia contro il consumo e il “fine vita” di ogni prodotto. È la grande sfida dei materiali che si presentano sotto forma di rifiuto e che mantengono in sé ancora mille vite possibili, energia incorporata (che non deve però segnarne la sorte obbligata verso l’incenerimento), materie prime seconde, come si definiscono in ambito tecnico, perché riutilizzabili in altri processi produttivi, in altri contesti quotidiani, perché recuperabili con l’arte della riparazione e del rammendo. È il messaggio più forte contro l’ubriacatura del consumismo, che ha viaggiato dalla Conferenza di Rio del 1992 verso soprattutto i paesi più sviluppati, veri Attila delle risorse naturali del pianeta. E il messaggio di queste opere è inequivocabile, anche se non ne esaurisce la carica “ecologica”!

Dove c’è innovazione, infatti, non può non esserci esplorazione, ricerca, invenzione creativa di nuove soluzioni. Cambiamento del punto di vista, degli occhiali con cui si guardano le cose e i processi. Ricollocazione anche delle parole e delle narrazioni dentro scenari diversi che ne modificano il significato perché stimolano l’immaginazione ed il ragionamento verso nuovi orizzonti, nuove possibilità. E, se tutto ciò che ho detto sopra sulla Transizione Ecologica è convincente, è facile dedurne che proprio questo è il contributo principale che l’arte può dare alla Transizione Ecologica, è la ragione profonda per cui la risposta alla domanda iniziale “Può un’opera d’arte parlare di Transizione Ecologica?” è positiva, assolutamente positiva perché contribuisce a costruire quello spirito e quello spiazzamento culturale di cui la Transizione Ecologica ha bisogno.

Ma c’è anche un altro motivo, che supporta la risposta positiva.

Quando si esplora si è portati inevitabilmente a superare i confini, ad attraversare (per dirla meglio) i confini conosciuti, ritenuti ineludibili, per aprire nuovi orizzonti, a superare le barriere che dividono. Che dividono le persone ed i pensieri. Diceva Alex Langer, grande intellettuale e militante verde dell’ultimo ventennio del secolo scorso, riferendosi alle situazioni di coesistenza interetnica “è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società, si dedichi all’esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e di conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione”[5]. Ed aggiungeva “estrema importanza positiva possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione”[6], ai confini, aggiungo io, tra ambiti del sapere, tra forme della comunicazione, tra sensi materiali parole pensieri, tra conoscenza ed educazione. “C’è bisogno – incalza Langer – dal basso, dai ranghi, di molti traditori del proprio blocco, che non passino dall’altra parte, non diventino semplicemente dei transfughi”[7]. Parafrasando il suo ragionamento non può sfuggire che il lavoro dell’Albero delle Farfalle 2020 è un continuo “tradimento” della parola scritta, così come la tradizione letteraria ce l’ha restituita un po’ ingessata, per collocarla, insieme ad altri materiali, in un altro piano di realtà dove l’educazione al nuovo, la scoperta di nuovi scenari, l’aprire gli occhi verso l’inaspettato, l’accettare lo spiazzamento come uno dei più proficui risultati della conoscenza, ci aprono l’animo al cambiamento e ci rendono soggetti consapevoli che la transizione è possibile.



[1] Il termine conversione ha una lunga storia nel mondo dell’ecologismo, proposto per la prima volta da Alex Langer, intellettuale e militante verde, già all’inizio degli anni Novanta, v. in particolare A. Langer, Il viaggiatore leggero – scritti 1961-1995, Sellerio editore, Palermo 1996. [2] Le rinnovabili sono cresciute in Italia di 5,9 GW all’anno tra il 2010 ed il 2013, e di un GW/anno dal 2014 al 2021, mentre il gas metano per la produzione di energia elettrica e gli usi civici è cresciuto del 20% [3] Passato in dieci anni da 18 miliardi di metri cubi agli attuali 29 miliardi [4] Intergovernmental Panel on Climate Change organismo dell’ONU attivo dal 1988 [5] A.Langer, Il viaggiatore leggero, op.cit.p.301. Per approfondire il suo strategico contributo all’evoluzione del pensiero ecologista si possono vedere anche: M. Marzorati, M. Valpiana (a cura di), Alexander Langer, La Biblioteca del Cigno – Legambiente, Rimini, 2016; M. Boschi, A. Jabbar, H.K. Peterlini, Oltre Caino e Abele, Edizioni AlphaBeta Verlag, Medrano, 2015. [6] Idem, [7] idem, p. 117


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